venerdì, gennaio 19, 2018

Tutti i coltelli che trafissero Marilyn. Icona dell’amore e martire dell’assenza d’amore

Marilyn

E’ figlia di non si sa chi, e morta non si sa come. La madre, Gladys Pearl Monroe fece una colletta per andare a partorirla in ospedale.

Si era lasciata con un marito, e già ne aveva un altro, Martin Edward Mortenson, il quale diede il nome Norma Jeane Mortenson alla futura Marilyn Monroe, per non registrarla come illegittima, ma lo fece controvoglia, perché Gladys era stata stuprata da un certo Charles Stanley Giffor, e quindi Norma Jeane, neonata, aveva già un patrimonio di colpe da scontare.

Era frutto di una violenza, pendeva su di lei un interrogativo che avrebbe fatto sì che per il resto della vita sua madre l’avrebbe guardata scrutandola, cercando in lei il seme di una somiglianza, prima di dare una carezza. Il male peggiore era tuttavia nella radice dei due nomi con cui la battezzò: Norma Talmadge e Jean Harlow (venne erroneamente aggiunta una “e” finale). Due attrici, il sogno, che per Gladys era ormai rimpianto, “dovevarealizzarsi, in questa inopportuna bambina che visse i primi 7 anni con genitori affidatari che la tennero a pagamento, una coppia bigotta, che si ergeva a giudice di colpe altrui.

Tra un affidamento e l’altro la madre fu diagnosticata schizofrenica paranoide. Ci fu un momento di sollievo quando fu presa da Grace McKee, archivista di pellicole alla Columbia, altra nutrice del sogno hollywoodiano per questa bambina cui si mostravano film invece che leggere favole. Ma anche Grace, trovato marito, non voleva Lolite in casa, e così Norma finì di nuovo in orfanotrofio. Ogni famiglia cui era affidata la allontanava: ne passò più di quindici.

Si susseguirono poi le zie, ma i patrigni si mostravano “troppo affettuosi” con Norma.

Così Norma tornò da Grace in cerca di certezze, ma lei la obbligò al matrimonio con James Doughery a 16 anni facendole smettere gli studi a favore di un futuro da casalinga accanto alla suocera. Innescò una bomba che stava per esplodere. Mentre lavorava in fabbrica come operaia fu ritratta per un servizio giornalistico.

Finì con la nomina di Miss Lanciafiamme, coincidente col divorzio.

Marilyn

A Emmeline Snively, direttrice di un’importante agenzia presso cui faceva la modella, si deve l’immagine che la accompagnerà per la vita: capelli chiari e voce sensuale, anche se la direttrice si rammaricava per non essere riuscita a “insegnarle a camminare”. E qui molti potrebbero non essere d’accordo dopo aver visto A Qualcuno Piace il Caldo. Il cambiamento d’aspetto corrisponde a quello del nome, con il cognome della madre, assente, per ritrovarla ogni volta che veniva chiamata, e Marilyn per il suono sensuale delle due “M”. Due baci.

Ebbe un contratto alla Fox, si mise a studiare all’Actor Lab di Hollywood, macinò copertine in tutto il mondo. E a tutti gli uomini che l’avevano torturata da bambina si iniziavano ad aggiungere quelli che lo avrebbero fatto nel lavoro come Darry Zanuck, a capo della Fox, che la giudica “inadatta alla recitazione“. Billy Wilder disse ad esempio: “Dirigere Marilyn Monroe è come dirigere Lassie: ci vogliono quattordici ciack affinché abbai nel modo giusto”. 

Coltellate che la trafiggeranno come un San Sebastiano della celluloide. Per questo la gente la adora, per questo è un mito pop con cui si ricoprono le sedie di ecopelle del terzo millennio. Come le nostre nonne avevano bisogno di immaginette di Santi sul comodino, noi abbiamo bisogno dei suoi poster glitterati nei nostri uffici.

Marilyn

Quante volte ce l’abbiamo messa tutta e siamo finiti sul marciapiede, come Marilyn alla chiusura del suo primo contratto?

Si dice che prostituendosi su Sunset Boulevard riuscì a sopravvivere. Più volte finì in strada, scaricata da uomini e produttori, fece la spogliarellista e posò nuda per 50 dollari in un calendario. la ricattarono, ma da questo abisso nacque la svolta. Confessò che le foto le aveva fatte per mangiare. La gente ebbe pietà di lei e divenne per la prima volta il simbolo di quelli che non ce la fanno.

Le foto furono acquistate in esclusiva per la copertina del primo numero della nuova rivista Playboy, la consacrazione di due futuri miti. Ma come sempre, un’altra coltellata era in agguato. Morì il suo grande amore e mentore Johnny Hide e lei, cacciata di casa dalla vedova di lui il giorno dopo il funerale, tentò il suo primo suicidio.

Una figura importante della vita di Marilyn è stata Natasha Lytess, maestra di recitazione e seconda mamma sostitutiva dopo Grace, che era invisa a molti e che la influenzò anche in scelte come quella di annullare il matrimonio con Robert Slatzer, critico letterario. “Il successo è alle porte“, diceva Natasha, che la voleva più brutta per mostrare doti interiori. invece arriva Niagara, a incoronarla femme fatale.

E come si ripete nella storia occidentale, da Traviata alla Signora delle Camelie, da Nanà a tutte le eroine prostitute, l’unico pegno valido per l’espiazione di questa bellezza, accompagnato da una preghiera d’amore che rimane un’eco, è la morte.

MarilynTisiche, appestate, suicide, non importa come: l’espiazione della colpa dello stesso esser nate in quel modo, belle, aperte, simbolo d’amor profano, è una, la morte.

A modo suo l’ha amata Joe Di Maggio. Lei lo sposò dopo anni che si frequentavano. Lui era però geloso, lei instabile. Il matrimonio finì all’alzarsi della gonna sulla grata della metro durante le riprese di Quando La Moglie è In Vacanza.

Marilyn voleva qualcosa di più. Si iscrisse all‘Actor Studio, pretese contratti in cui non interpretasse un’oca bionda, andò in analisi e si innamorò del più grande mito della scrittura teatrale americana del Novecento, Arthur Miller. A benedire il matrimonio il suicidio con barbiturici di Grace McKee.

Marilyn sentiva un altro vuoto aprirsi in questo momento: quello del ventre. Lei voleva un figlio e Miller no. Soffriva di una dolorosissima endometriosi. Racconta lei stessa di quattordici aborti. Una convivenza costante con la morte. Un dolore sontuoso da cui nasce il canto del cigno di Marilyn, il film Gli Spostati.

Fu un personale regalo del marito a questa straziata donna che beveva e si imbottiva di sonniferi per dormire, per l’ultimo San Valentino insieme. Un personaggio cucitole addosso. Ma mentre giravano arrivò la notifica per il divorzio e lei fu ricoverata in fin di vita per overdose. Finì il film a stento e di nuovo fu ricoverata in una clinica psichiatrica, da cui non riusciva a uscire, fino a quando non venne a tirarla fuori Joe di Maggio

Decise quindi per un intervento alle tube. Voleva un figlio.

In convalescenza apriva i giornali in cui apprendeva che Frank Sinatra, che le aveva giurato eterno amore, si sposava un’altra, e il suo ex marito Arthur Miller faceva altrettanto.

Si affidò quindi all’amore di John Kennedy, il quale, la ricambiata prendendo un orologio, donato da Marilyn “con amore eterno” e regalandolo a un dipendente. Oppure passandola a suo fratello quando fu stanco di giocarci.

Marilyn aspettava un figlio che, come lei, non avrebbe mai saputo chi fosse il suo vero padre. Il presidente degli Stati Uniti? Suo fratello? Frank Sinatra? Joe Di Maggio? Questa volta l’aborto non fu spontaneo e si narra che Robert Kennedy invece che sposarla fu molto persuasivo nel mandarla in Messico a risolvere la questione.

Fiumi di parole sono stati scritti sulla morte, ma solo lei sa perché si impasticcò, perché sono arrivati dopo ore a soccorrerla, chi chiamò, e chi c’era stato con lei quella notte, abbandonandola nuda tra quelle lenzuola, quando ancora profumava la sua pelle. Non poteva morire altrimenti, abbandonata, come nella vita, da sua madre, dai suoi padri, dalle maestre, dagli insegnanti, dagli sposi, dalle matrigne, e da tutti coloro che volevano possederla come una cosa preziosa, che si compra, si chiude in un cassetto, che si tiene con sé, ma non per sempre, quel tanto che non ci venga a noia, e che non ci costi la fatica che costa l’amore.

Letizia Strambi

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