Michelangelo Buonarroti e il mito di Ganimede

Michelangelo e il suo Ganimede per Tommaso Cavalieri

Ganimede, secondo la mitologia greca, era il bellissimo figlio di un principe troiano che, rapito da Zeus sotto forma di aquila, fu fatto diventare il coppiere degli dei, oltre che suo amante. A parlarne per primo è Omero nell’Iliade e troviamo il tema diffuso nell’Atene del V sec. a. C. come a Roma, dove è presente già nel III secolo d. C. in alcuni mosaici. È comunque Ovidio, nelle Metamorfosi, a ribadire la natura sessuale di quel rapimento nella cultura romana.

Ma nel Medioevo, quando le favole di Ovidio saranno moralizzate, il tema sarà spiritualizzato e sarà associato principalmente all’innalzamento di un’anima verso Dio, così come anche Dante cita questo mito nel Purgatorio (IX, 19-24).

Ganimede con aquila, IV secolo a.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli

 

Ganimede e l’aquila, mosaico romano da antica rovina della casa di Dioniso, Paphos, Cipro

A questo ultimo significato si può infatti pensare osservando un dipinto fiorentino del ‘400 facente parte della decorazione di un cassone, mentre il dipinto novecentesco di John Singer Sargent, con l’atteggiamento del giovane completamente differente, si rifà invece a una tradizione che risale all’antichità e soprattutto a un disegno di Michelangelo che raffigura proprio questo mito.

Ganimede, 1465, Marco del Buono di Marco (?), Boston, Museum of Fine Arts

 

John Singer Sargent, Ganimede, 1921, Boston, Museum of Fine Arts

Michelangelo (1475 – 1564), che da Firenze si spostò a Roma per lavorare per diversi pontefici, non fu mai denunciato per sodomia (quello che invece accadde a Leonardo da Vinci e a Sandro Botticelli), ma le testimonianze che ci ha lasciato ci suggeriscono proprio che amò gli uomini, anche se ufficialmente si parlò di amore spirituale.

L’artista crebbe e si formò nel clima neoplatonico mediceo dell’Accademia di Marsilio Ficino, dove si dava all’amore tra uomini una dimensione spirituale e filosofica. Michelangelo fu influenzato da questo ambiente (dove si parlò di “amore socratico”), ma anche dalle prediche di Girolamo Savonarola, il frate domenicano che arrivò a Firenze e cercò di attuare una dura riforma dei costumi negli ultimi anni del ‘400. In quei tempi Firenze e l’Italia non erano ancora state scosse dalle tesi di Lutero, ma si avvertiva, soprattutto a livello delle istituzioni religiose, il bisogno di un ritorno alla purezza del messaggio del Cristianesimo delle origini. Savonarola, inoltre, si scagliava direttamente contro i sodomiti, e Firenze aveva la nomea di esserne la patria.

Nell’arte di Michelangelo convivono quindi l’ideale pagano e quello cristiano.

Il conflitto per l’artista è risolto grazie al Phoedrus di Platone, in cui si esalta un amore tra uomini puramente spirituale. Secondo il ragionamento adottato da Michelangelo, gli amanti dovevano rispettare il celibato, un po’ come quello degli ecclesiastici. Questo è quello che si desume dalla sua biografia scritta dal fedelissimo discepolo Ascanio Condivi (pubblicata nel 1553, con il pittore ancora in vita), che presenta il suo maestro come un grande amante de: “la bellezza del corpo, come quello che otimamente la conosce, et di tal guisa amata, che appo certi huomini carnali et che non sanno intendere amor di bellezza se non lascivo et dishonesto, ha porto cagione di pensare et di dir male di lui”.

Specificando in questo modo le dovute precauzioni da prendere in merito al rapporto di Michelangelo con la bellezza del corpo maschile, e forse mettendo a tacere alcune voci che denigravano l’artista.

Ma gli scritti (lettere e poesie) e i disegni di Michelangelo ci portano a supporre altro, soprattutto quelli indirizzati al giovane patrizio romano Tommaso Cavalieri, che il cinquantasettenne pittore incontrò quando di anni il romano ne aveva ventitré (il rapporto tra i due e i relativi disegni che l’artista donò al Cavalieri sono ricordati tra gli altri da Giorgio Vasari nelle sue Vite, che ci narra anche di un’amicizia con Gherardo Perini. Altri pupilli di Michelangelo ricordati dalle fonti: Febo Dal Poggio e Cecchino dei Bracci).

Nelle lettere indirizzate al Cavalieri, pur sapendo che il “grandissimo, anzi smisurato amore” dell’artista (lettera del 28 luglio 1533) è da vedere come spirituale, non possiamo non avvertire una certa sensualità e una non celata ambiguità. Ciò è esplicitato nel disegno raffigurante Ganimede e l’aquila che Michelangelo realizzò per l’amato nel 1532, poco dopo averlo conosciuto. Qui il messaggio, soprattutto se letto attraverso il mito che si è scelto di utilizzare, assume delle chiare connotazioni erotiche nel rapporto tra le due figure. Ganimede è come in estasi in un abbandono che non solo non si oppone al dio rapitore, ma che sembra trasmettere una sensuale rilassatezza.

Il grande uccello vola tra le nuvole con le ali spiegate, mentre con i suoi artigli afferra i polpacci del giovane, che stende le sue braccia sopra le ali dell’aquila, in una sorta di più che metaforica penetrazione.

Non pochi critici hanno sostenuto che ciò sia molto evidente, soprattutto se si mette in relazione questo disegno con una lettera che l’arista scrisse al giovane dopo averglielo spedito (1 gennaio 1533), in cui alla fine esprime molto chiaramente i suoi sentimenti in una quartina: “Sarebbe lecito dare il nome│delle cose che l’uomo dona,│a chi le riceve: ma per buon│rispecto non si fa in questa”.

Nulla sappiamo sulla vera natura della relazione tra il pittore e il giovane amico, se non che trenta anni dopo il Cavalieri (sposatosi qualche anno dopo aver conosciuto l’artista) sarà ancora al capezzale di Michelangelo morente nella sua casa di Macel de’ Corvi il 18 febbraio 1564.

Michelangelo, Il ratto di Ganimede, 1532, Cambridge (Massachusset), Fogg Art Museum, Harvard University Art Museum, inv. 1955-75

Quando successivamente Michelangelo Buonarroti il Giovane, il nipote del pittore, si preoccuperà di pubblicarne le poesie, quelle per il Cavalieri saranno censurate. Dove il soggetto dell’amato era maschile fu trasformato in femminile. Lo stesso che avverrà anche per William Shakespeare qualche tempo dopo.

Il disegno di Michelangelo ebbe un grande successo e ne furono tratte numerose stampe, che diffusero questa interpretazione del tema mitologico con un carattere fortemente omoerotico.

Ganimede, 1640, Johann Wilhelm Baur, Cambridge (Massachusset), Fogg Art Museum, Harvard University Art Museum

 

Ganimede, stampa da Michelangelo di Philippe Thomassin, Cambridge (Massachusset), Fogg Art Museum, Harvard University Art Museum

Concludiamo con un confronto tra la tradizione di Michelangelo con la pittura di Rembrandt, genio olandese del ‘600, che forse (figlio di un mugnaio appartenente alla Chiesa riformata olandese) preferì moralizzare il tema, tanto che Ganimede, che è qui un bambino e non un fanciullo, piange dalla paura e non pare per niente felice di essere stato rapito dall’aquila.

Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, Ratto di Ganimede, 1635, Dresda, Staatliche Kunstsammlungen

Il pittore olandese ha in questo modo cancellato ogni riferimento all’eros, il piccolo Ganimede è così impaurito che non riesce a trattenere la minzione.

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