lunedì, dicembre 11, 2017

Eric Sawyer: la dura lotta per la giustizia di un sopravvissuto all’HIV

“Ho contratto l’HIV prima che il virus fosse scoperto” l’applauso ricevuto da Eric Sawyer dopo questo preambolo sarebbe stato impensabile trent’anni fa.

Quasi 50’000 persone si sono raccolte al Central Park di New York ad ascoltare Eric Sawyer, sopravvissuto all’HIV, ex membro dell’UNAIDS (United Nations Programme on HIV/AIDS) e difensore dei diritti dei sieropositivi.

Nel 1981 è stato rilevato un raro tipo di cancro che affliggeva perlopiù uomini gay; nessuno sapeva cosa lo causasse. Inizialmente i ricercatori lo chiamarono “Sindrome GRID” (gay-related immune deficiency).

HIV

Pixabay

Ci vollero tre anni prima che il virus fosse identificato e poi battezzato HIV. Non molto tempo dopo, Eric perse per l’AIDS il suo fidanzato, Scott Bernard. La sua anima gemella.

A rendere tutto peggiore è stata la discriminazione che hanno dovuto sopportare durante la sua malattia. Una volta i due erano al ristorante; la cameriera è accorsa, ha buttato nella spazzatura tutto ciò che Scott aveva toccato e si è messa a urlare “uscite!”. Li ha chiamati “malati” e tutta una serie di insulti legati al fatto che fossero una coppia gay.

Intanto, implacabile l’AIDS mieteva vittime. La medicina temporeggiava, non si trovavano cure e trattamenti.

Indignato da tutto questo, Eric si unì a degli attivisti per iniziare un movimento di disobbedienza civile. Nel 1987 fondò l’ACT UP (AIDS Coalition Unleash Power), con il quale cominciò a fare pressione sul governo degli States.

Per questo, nell’ottobre del 1992, i membri dell’ACT UP portarono davanti alla Casa Bianca le ceneri dei loro amati morti di AIDS. Si aspettavano di portare qualcosa come otto urne, ma si presentarono centinaia di persone. Fra di esse, una bisnonna con le ceneri del nipote, oltraggiata dal fatto che non fosse stato fatto nulla per salvargli la vita.

Nel 1996 finalmente qualcosa si mosse: la FDA (Food and Drug Administration) approvò l’HAART, una terapia di antiretrovirali che si sono rivelati efficaci nel trattamento dell’HIV.

HIV

Photo by Unsplash

L’AIDS non fu più una sentenza di morte, ma per chi? Eric scoprì infatti che ben il 97% della popolazione mondiale affetta da HIV non aveva accesso al trattamento.

Nel luglio 1996, durante l’undicesima Conferenza Internazionale sull’AIDS a Vancouver, Eric lanciò un appello ai partecipanti riguardo il genocidio perpetrato ai danni delle persone affette dall’HIV, troppo povere per avere il trattamento.

Insomma fece pressioni perché le medicine fossero distribuite in tutto il mondo, specialmente nelle regioni più povere. Per questo, nel 1999 fondò l‘Health GAP (Globall Access Project).

Il suo attivismo era tanto appassionato quanto efficace, e l’UNAIDS lo reclutò come Civil Society Partnership Adviser.

Durante questa collaborazione, Eric mise a punto diversi programmi come “Tre zero” (Zero nuove infezioni HIV, Zero discriminazione e Zero morti per AIDS) l’ambizioso programma “90-90-90” al fine di eliminare l’AIDS dal mondo.

Secondo l’UNAIDS 17 milioni di persone vivono con l’HIV e non hanno accesso ai trattamenti. Ultimamente i più colpiti sono i popoli dell’Africa Subsahariana, specialmente le giovani donne. Inoltre la mortalità è aumentata nel Medio Oriente, Nord Africa, Asia Centrale e Europa dell’Est, a causa di iniezioni con aghi infetti.

HIV

Wikimedia Commons

Più di 35 milioni di persone in tutto il mondo sono morte per AIDS.

Eric si è ritirato dall’UNAIDS nel 2016 ed è adesso il vicepresidente del Gay Men’s Health Crisis, con il quale continua la sua lotta contro l’HIV.

“Finché ci saranno decine di milioni di persone che vivono senza accesso al trattamento, continuerò a usare la mia voce per attirare l’attenzione sulle vite delle persone che stanno morendo inutilmente in tutto il mondo, ancora per l’HIV, finché tutti avranno accesso al trattamento, i loro diritti saranno protetti, avranno cibo, acqua e un tetto sopra la testa; e tutte quelle cose che dovrebbero essere diritti umani per coloro che vivono con l’HIV.”

Foto di copertina di Sham Hardy, da Flickr

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